Il mio paese è nel lodigiano, nella bassa per l’esattezza dove la Lombardia diventa Emilia, nella zona in cui un tempo si modificava la parlata…e cambiava in qualche modo la cultura…in cui i Baciapile diventavano mangiapreti…pur non cambiando affatto, nelle abitudini, nei volti e nei modi di vestire. Il mio paese è pulito, lindo, ordinato di tradizione contadina, qui un tempo si inventò il Grana…eppure non rimane nemmeno una casara…qui un tempo era il centro nevralgico della bassa, un punto d’incontro, zona ed origine di una fiera importante…per la mucca da Latte…eppure non sembra a vederlo, oggi, paese d’ingegneri ed immobiliaristi, dove i coltivatori diretti si comportano da notabili e dove l’allevamento è businnes di cui si parla in termini tecnici…e se ne parla poco,anche.

Perché vi parlo del mio paese, se non ci sono neanche nato? Se ci sono arrivato da poco? Se, volendo essere concreti non potrei e non dovrei definirlo il mio paese, ma il posto in cui vivo?

Proprio per questo…Perché ogni giorno che passa sempre maggiore, sebbene sottile e non palese è la differenza che mi viene imposta fra queste due definizioni.

Non è palese dicevo, ma costante, sempre presente…tollerato, non accolto, inserito nel contesto, accettato, persino salutato, ma mai amico. Sempre diverso, straniero.

Per carità io devo moltissimo a questo paese, sono stato accettato nelle condizioni peggiori e quando ne ho avuto bisogno persino aiutato, anche in questo momento vengo aiutato, ma questo vuole dire ne faccio parte? Assolutamente no e si vede nelle piccole cose, negli automatismi del far politica insieme, nella pratica quotidiana…nei meccanismi soliti e domenicali in quelle cose semplici che fanno confidenza, facilitazione, quotidianità, proprio in quelle cose infinitesimali, dettagli, che tu non avrai mai, perché sei straniero. Vado sull’impersonale, mi allontano, assumo un atteggiamento antropologico e distaccato? No! è del mio paese che sto parlando di casa mia, eppure non è bello sentirsi straniero a casa propria.

Non sono nero o colorito, a volte riesco persino ad esprimermi in dialetto…anche se un poco incerto, d’altra parte io ho sempre prediletto la lingua, per scelta personale, eppure anche per me esiste il pane amaro della diffidenza…sono uno sconosciuto in fondo, con me non è possibile costruire una parabola di nonni e nipoti, fratelli e sorelle, non sono omologabile.

Questa diffidenza non colpisce solo me, pare ovvio. Nel mio paese ci sono almeno due intellettuali di ottimo livello, due di quelli che sono superiori per preparazione e storia specifica…due che han fatto parlare i giornali…che rappresenterebbero un vanto, se fossero nati qui…ma non è così purtroppo, sono foresti, poco importa che abbiano poi vissuto qui per 30/40 anni, non ci sono nati , se ne parla quindi, si fanno riferimenti a loro, ma restano là, dove rimarranno sempre, almeno al mio paese, un poco a lato mai veramente riconosciuti. Non è quindi l’annosa questione dei profeti e della loro patria, ma un senso di estraneità…benevola, ma pur sempre estraneità.

Questo mio paese uguale ad ogni paese della Lombardia  dove il “protettore del dialetto”, non è nemmeno necessario che sia di destra, anzi proprio non lo è.

Perché vi parlo di questo mio paese? Su questa normalità si forma il potere mostruoso degli incappucciati, su questa normalità si è formato il KKK nel sud degli states e su questo si fonda il potere di certo “razzismo” nostrano…che non è proprio xenofobia…è più un fastidio, che all’esigenza alza croci e costriuisce roghi. La  medesima insofferemza  che impedisce, in questo mio paese della bassa lombarda, di fare musica sin dopo le 22.00 perché potrebbe arrecare disturbo ai residenti. Questo mio paese dove i locali che vogliono fare musica live chiudono, dove non si può fare troppa animazione in piscina…perché i vicini potrebbero lamentarsi e lo fanno ad ogni piè sospinto

Dove il circolo Arci non può far musica alla sera, dove non si fanno feste , concerti, se non di musica classica…o in occasioni particolarissime a cura del comune…dove l’ora in cui la piazza si affolla sono le 11,00 del sabato e della domenica dopo la messa.  un luogo in cui l’incaricato della S.I.A.E. è una sorta di jattura. Dove i crocchi di persone la sera che si formano di fronte ai pur presenti locali della movida sono ammassati…e guardanti, in fondo con sufficienza e sospetto.

Il mio paese, come molti, in questa Lombardia è di centro destra, ma non cambierebbe molto se non lo fosse, perché il mio paese ha una cultura…che è di tutti, persino della sinistra.

In questo mio paese dove essere troppo marcati politicamente…potrebbe persino essere un problema…se non sei dei gruppi giusti si badi, fondati più sull’amicizia e sulla conoscenza che non sulla politica, l’essere diverso ed essere nero in fondo è uguale…pericoloso, fastidioso. Antigone non ha successo in questo mio paese.

Nulla in queste cose è eccessivo, per carità, si deve pur vivere anche qui, nulla rischia di uscire dalla buona norma e dal perbenismo, almeno in apparenza…tutto questo è leggero, casuale…ma profondo. Dove uno straniero ha senso finché munge, ma quando si stacca dalla sala e dalla macchina, quando scende dal trattore e pretende di camminare per le strade infastidisce. Sino a che resta nella stalla e nella cascina è persino simpatico, addirittura, a tratti un essere umano, ma se esce , cammina e vive fa paura. Niente di tutto questo si può davvero chiamare “Razzismo” e se osi accostarvi il termine ti si guarda risentiti ed offesi…”io sono dell’A.V.I.S. della Caritas….io faccio il volontario nella Protezione Civile“…oppure, come nel mio caso non si tratta di vera e propria xenofobia…semmai, una leggera forma di diffidenza, costante, quotidiana. Una goccia cinese.

Mia nonna è pugliese, mia madre nasce e cresce a Milano, non parla nemmeno il dialetto di San Severo, non ne conosce nemmeno una parola, un’inflessione…mio padre, per contro era veneto, di Campagna Lupia a meno di venti chilometri da Venezia, si badi che papà ha lasciato la famiglia ancora giovanissimo per venire a Milano a lavorare. Eppure mai e poi mai Mia madre fu accettata dalla sua famiglia, salvo che per le due Zie che praticamente gli fecero da madri. Mai…terona, con una erre…a zè voncia…io stesso, sempre considerato un nipote di serie B…poareto el ze teron.

Poareto, non è che mi odiassero, mi compativano…se avessi avuto bisogno mi avrebbero persino aiutato, esattamente come stanno facendo al mio paese.

Questo è il retroterra, su cui il leghismo fa presa ed affidamento, certo com’è di trovarlo ogni volta che lo chiami a supporto o a giustificazione.

Il mio paese ed il paese del mio papà, tranquilli ed indifferenti al massimo infastiditi, dove delle cose che accadono in un pezzo di mare fra la Sicilia e la Libia non si parla per tre ordini di ragioni, è lontano…in Africa, non mi riguarda…e potrebbe spaventare i bambini…”Ognuno a casa sua e staremmo tutti meglio ” e se vale per l’intellettuale riconosciuto persino dall’accademia di Svezia, nell’assegnazione del Nobel alla letteratura, ma che nasce a dieci chilometri di distanza e che quindi “Non è di qui” , perché mai non dovrebbe valere per i negri e i marocchini…che sono anche diversi di colore, perché non dovrebbe valere per i pulciosi capelloni che spaccano balle e timpani con la loro musica chiassosa…perché mai dovrebbero andare in giro a spaccare i maroni quando gli abbiamo fatto l’oratorio, che andassero lì, che sono controllati.

Il mio paese è un paese della bassa Lombarda, ma potrebbe stare in qualsiasi luogo in questo nord, sempre più simile a quel “tranquillo Sud degli States” che diede origine al KKK e che assassinò Kennedy e Martin Luther King…a quelle zone rurali, popolari dove i roghi dell’inquisizione trovarono fertilissimo terreno, mai davvero razzisti, mai davvero xenofobi…come dire, infastiditi.

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