di Giandiego Marigo

 Ci sono cose che, a leggerle non ti sembrano vere. Cose che se hai un minimo di sensibilità un’oncia di coscienza ti mettono di fronte a te stesso ed alla tua immagine del mondo.

L’indagine dell’organizzazione no profit Slavery fooprint è una di queste.

Dietro ad ogni cosa che compriamo, alimenti, abbigliamento, elettronica, dietro al nostro allegro consumo compulsivo al nostro shopping teraupeutico ed antidepressivo da primo mondisti incoscienti si nasconde uno sfruttamento enorme: Non potremo più dire di non saperlo e diciamoci, almeno una volta, la verità…lo sapevamo anche prima.

Ogni consumatore occidentale che si rispetti, che abbia acquistato senza chiedersene la provenienza un laptop, una bicicletta e un certo numero di paia di scarpe può calcolare di avere sulla coscienza un centinaio di schiavi che hanno lavorato per lui. Perchè lui potesse distrattamente avvicinarsi ad un prodotto che non necessariamente gli serviva, magari perchè annoiato da un sabato autunnale.

Si badi, non per sottovalutazione solo per cinismo, ma con somma tristezza, persino il consumatore più cosciente, pur nella sua attenzione Equo-solidale può spessissimo essere complice di questo meccanismo.

Questo e l’agghiacciante e scientifico dato che emerge da un’indagine condotta dall’organizzazione no profit Slavery Footprint, ripresa dal sito Huffington Post.

Un questionario, in 11 pagine, che contiene domande che spaziano dal cibo ai vestiti, dagli hobby alla casa e studia le modalità di produzione di circa 400 articoli di normalissimo consumo.

L’indagine è stata effettuata in collaborazione con l’ufficio Usa che si occupa di lotta al traffico di esseri umani ed è finalizzato ad una presa di coscienza sulla realtà del consumismo. Una di quelle occasionali verità che il Sistema della comunicazione Mainstream permette trapelino, quasi a solleticare la propria stessa apparenza di ricerca della verità. Una contraddizione ed in fondo una scoperta acquacaldifera…che non inciderà minimamente sui consumi e che superato il momentaneo raccapriccio tornerà semplicemente nel cassetto delle ignavie, posta con cura al fianco del nostro sconfinato egoismo. Servirà forse alla signora Clinton per dimostare tutta la propria solerzia ed apprensione nei confronti delle umane vicissitudini. Magari per favorire l’apertura di una qualche nuova fondazione miliardaria che si occupi dei diritti umani. In questo modo l’Elite nasconde sé stessa, come posso essere elitario se mi occupo di te?

Eppure un’oncia di verità è trapelata. Per ogni consumatore ci sono cento schiavi.

Nessuno però sembra voler ragionare sugli schiavisti, mai! Chissa perchè? Non è rancore e nemmeno vendetta, non è livore o invidia…nulla di tutto questo. Solo il dolore immenso che questa notizia mi ha suscitato.

Coloro che sovraintendono a questo massacro noi li chiamamo leader, li eleggiamo come senatori benemeriti e li immaginiamo come premier dei nostri paesi. Da noi sono uomini di successo, modelli culturali. Il nostro modello culturale dominante è imperniato su di loro, che ne rappresentano dimostrazione, apice e sintesi e sui valori che essi trasmettono. Non stiamo parlando di foschi individui, pirati con un occhio ed una gamba soli. No qua stiamo parlando del management delle Major di questo mondo, uomini eleganti raffinati, oggetto di ammirazone ed invidia. Stiamo parlando dei loro burattinai nascosti…ancora più potenti e soli e stiamo soprattutto parlando della nostra ipocrisia.

Come può essere allora che la parola schiavismo ci inorridisca quando tutto il nostro sistema è fondato sull’appropriazione e monetizzazione del lavoro altrui? Se le leggi di mercato che le nostre scuole insegnano, riconosciute ed inalienabili ci impongono la minima spesa contro il massimo guadagno, saltando a piè pari qualsiasi etica? Come possiamo cercar morali se il modello che ci fa godere il dubbio privilegio d’essere Primo Mondo è basato sull’accettazione implicita di questi assiomi?

Sull’adesione entusiastica e cieca a questa cultura dominante.

Credo, umilissimamente, che nessuna indignazione, nessuna presa di coscienza possa avere alcun senso senza la presa in carico della inalienabile necessità del cambiamento. Senza la coscienza che solo modificando radicalmente i rapporti produttivi e interpersonali si possa cambiare questa realtà e che questa modificazione potrà avvenire solo iniziando dai comportamenti minuti e consumistici quotidiani, sino ad un profondo cambiamento nella scala di quelli che consideriamo Modelli Valoriali ed anche di quelli che definiamo Bisogni Fondamentali.

Solo una presa in carico globale del problema con una redistribuzione delle possibilità e dei ruoli potrà portare giustizia…tutto il resto sarebbe soltanto Ipocrisia

 ispirato da un articolo di La Repubblica: QUI


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