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Che strana storia, che buffo racconto

narrar di nostra vita i fallimenti

non è mai facile, non rende

non si fa. Siam più bravi a vantarci

che narrar di nostra strada i lati oscuri

gli angoli in cui cademmo

in cui inciampando noi rovinammo a terra

anche l’abito che esibiamo

e quel della riuscita, non dar credibilità

a chi non ha successo.

Io che narrando a voi della mia vita

annovero più cadute che trionfi.

Ricordo! Noi impariamo nel dolore

nel fallimento cresciamo

e col ginocchio a terra noi apprendiamo

il come e il quando

Subendo conquistiamo libertà.

Uomini d’i(n)successo

dè fateci racconto a quel che siete

perchè di vostra stoffa

è fatto il mondo.

Uomini che vivete con fatica,

voi che soffrite, voi che non avete gloria e luce

voi siete il sale

narrateci di voi, vostra è la storia

voi che non conosceste mai il trionfo

voi per cui noi scriviamo

a cui narriam le storie

voi che tenete in mano fantasia

senza di voi, senza di noi

non ci sarebbe il senso

non ci sarebbe nemmeno uno uno scrivano

non ci sarebbe onore… né gloria, per nessuno

voi che sorreggete commozione,

voi che create i re

voi che date senso a compassione

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Cerco felicità

persino, nello spazio fra due lacrime

perché quest’esigenza

è poi il tessuto che trama l’esistenza

ed è nostro compito quello d’esser felici

siam qui per questo,

per imparare a farlo

Per imparare che persino il pianto

promette, infin, la luce

e insegue sempre il sole

per apprender dal dolore

che si può ridere, anche di nulla

perchè gioia sta dentro di noi

c’è regalata insieme con la vita

che Dea Fortuna é cieca

ma insegue chi sorride.

Felicità poi è semplice

e non richiede niente

perchè è la vita stessa

lo spazio sotteso fra i respiri

Tempo per piangere

ed un tempo per cantare.

Ma le canzoni ci nascon

dalle lacrime e della musica,

struggente sentimento,

così spesso intrisa di pianto eppure gioia

Cadenza, ritmo, respiro

inseguendo quella felicità

che noi ci meritiamo, che è già nostra

Affidando alle parole il senso di una speranza

che non sapean portare, non potendo

non in un mondo ch’è quello che vediamo

gente che non ascolta e che non legge

che della parola non sa più che fare

dove la contrazione e l’inglesismo impera.

tempi d’sms, tempi di post.

Accarezzandole, tu quelle parole

cercando in loro il senso

Sperando potesse il gioco alla poesia

portare un poco d’anima

che fossi tu a poterlo fare…stupido vecchio

superbo…tu che non puoi,

tu che sei poco o niente

cercando alla tua stessa vita un senso

un modo, por escapar…e per tirare sera.

Contro il tempo stesso, non comprendendo

quel che accadeva intorno fatto d’immagini

composto di malia…tessuto di bugia.

E allora scrivi pazzo, scrivi del cuore,

racconta d’anime inutili…storie di fate

tu non hai nome, perché non hai passato

tu non sei niente che cosa parli a fare

perché scrivi?Perché perdi il tuo tempo,

sei morto il giorno in cui perdesti il treno

non sei nessuno, non sei stato nella casa

non sei mai entrato nella scatola dei sogni

le tue parole hanno il peso d’una piuma

peso di niente…zero statistico

accomodati al ponte…fai la fila al pane

ch’è tutto quel che puoi

quello che noi ti possiam lasciare

Le parole possono esser di fuoco.

Bruciar segnando, la carta in cui le scrivi.
Incendiar popoli infiammando nazioni.
Incenerire i potenti
senza pietà senza nessun ricordo
Scaldare, rinfrancando i cuori e l’anime

Le parole possono essere d’acqua

Sorreggere e cullare nutrire od affogare
Come la pioggia o il fiume distruggere o irrigare
Unire il mondo poi con bianche vele
Separarlo infine anche d’abissi
di scrosci e di terribili tempeste

Le parole possono esser d’aria

se non respiri muori eppur fatte di niente
Riempir di vento l’anime a percorrere il cielo
Oppur cercate e non trovate…mai.
Sfuggenti alla memoria come vento

come i sogni di una notte… evanescenti

La parole possono esser di terra

Come la madre avvolgere quei semi
per farli nascer poi, d’insanabile bellezza.
O seppellirli soffocarli ucciderli
senza pietà occultandoli persino alla memoria
Ciò che non c’è, non lo puoi ricordare

Sono scritte sulla sabbia
una folata, un refolo
non ve n’è più traccia

Sono scolpite nella roccia
Il tempo, l’acqua, il vento
ma non le sai, tu non le puoi, scordare

Io uomo fatto di parole
Io che con loro scrivo
Io che con loro vivo

Io…sì…vorrei saper tacere

Ho trovato l’oro

nella polvere

nel fango

è cresciuto il fior di loto

dove l’uomo piange

io ho visto il sole nascere

Non retorica o racconto

ma della vita il senso

io l’ho compreso

dal dolore

dalla perdita

mentre io camminavo

in mezzo agli ultimi

Perchè dagli ultimi

si vede meglio Dio

Ch’è la sua voce

bisognosa del silenzio

che solo l’umiltà

saprà donare

chè il ricco è sordo

ed avvolto nella seta

anche le orecchie tiene

d’oro e diamanti foderate

così del cuore e l’anima

il silenzio e l’assenza

Non sa ascoltare

e quindi

nulla lui può sentire

prigioniero com’è del

suo possesso

schiavo della materia

padrone del

grande nulla

Di Giandiego Marigo

In me cova sempre la segreta speranza di non dover più scrivere queste cose, odio i moralismi ed i predicatori del nulla, mi infastidiscono le frasi fatte e le scoperte acquacaldifere, l’ho detto, scritto ripetuto in mille lingue, detesto la ripetizione pedissequa di slogan pre-confenzionati, ed i “disquisitori di morali correnti”.

Eppure mi trovo qui a scrivere di qualche cosa che potrebbe avere, vagamente, il suono d’una tirata moralista, almeno così credo la classificheranno molti, anche e forse per esorcizzare ed annullare il suo contenuto, spessissimo l’ho visto fare ed altrettanto spesso l’ho subito.

Mi infastidisce dover parlare di questo eppure continua ad essere importante il farlo, addirittura necessario.

Sto parlando del richiamo alle ragioni, ai motivi ed al senso, per i quali ci troviamo…qui dove siamo.

Mi riferisco al pragmatismo da marketing, che sta facendo breccia ormai dovunque e diviene via, via sempre più parossistico con l’avvicinarsi delle elezioni. Per carità, non metto in dubbio le qualità degli studiosi di “tendenze” e “pensieri correnti”, dei creatori di “mode e modi” loro hanno ragioni, anche scientifiche, o meglio matematiche per dire quello che dicono. Leggi il seguito di questo post »

di Marigo Giandiego

La riflessione mi sovviene dagli avvenimenti riguardanti la corruzione al “Comune di Milano” sulle colonie infantili…una nota di sdegno, una di schifo.

Il pensare che la corruttela si spinga sino ai nostri piccoli, che si possa mercanteggiare anche sulla loro felicità, sulla loro salute e sulla loro felicità…purtroppo ormai non ci stupisce più nulla ed è forse questo il dato peggiore.

La riflessione quindi verte sull’arte della “politica tradizionale” di esulare dalle proprie responsabilità, nel gioco dell’Io non c’entro, passavo di qui per caso.

Non tocca e non riguarda l’attuale giunta, il funzionario è stato dedicato ad “altri incarichi” all’inizio del nostro mandato. la risolve così Palazzo Marino Auto-assolvendosi e tirando un sospiro di sollievo.”

Il gioco, però, non è a stabilire se ti abbiano beccato o meno, ma a cambiare questo sistema, che questi giochi permette.

Quello dei “funzionari” è territorio delicatissimo.

Nello specifico, il funzionario in questione, ha un bel marchietto sulle spalle (che strano PDL) ma questo non può e non deve assolvere la politica.

È normale, politicamente accettabile e condiviso il fare tantissime “nomine” a fine mandato, ritenuto addirittura “indispensabile” in caso di dimissioni (vedi Polverini) per disseminare la strada della nuova giunta entrante di insidie e trappole.

Sono le astuzie della politica che costringono una giunta a caricarsi delle decisioni della precedente ed a pagarne il dazio.

Succede a Parma e si dà la colpa a Pizzarotti (tanto per cambiare), succede a Roma ed a Milano nelle regioni come nello Stato. La risposta, l’unica pertinente, sarebbe slegare le nomine dalla politica ed affidarle alla competenza alla trasparenza ed alla comprovata onestà, ma questo sarebbe cambiare la politica roba da populisti, anti-politici, arruffapopoli, ma sarebbe anche l’unica vera risposta.

L’unica vera riforma del sistema paese.

Non è così, però, anzi tutt’altro ed i partiti, chissà come mai, si arrendono all’ineluttabile, alla “necessità di sporcarsi le mani.

Fatto sta che è ritenuto normale che i funzionari di un comune, di una provincia o di una regione, quando non addirittura dello stato siano legati a fedeltà ad amministrazioni fantasma ed a poteri non eletti.

Il malcostume è endemico e scorre con il sangue degli italiani, fatto di raccomandazioni, conoscenze e di frasi fatte “se fossi al suo posto farei lo stesso” e questa “cultura dell’arrangiarsi” ci porta in diretta alla corruttela anche sulle colonie dei bambini, che non sottovalutatele, son soldi veri.

Non basta più tirare su le mani e dire “Son stati loro” oppure “È colpa della precedente amministrazione/governo”.

Sono frasi con le quali si è costellata l’attività politica e le comunicazioni mediatiche d’ogni tempo, dall’invenzione della delega ad oggi. Le medesime frasi ripetute a nastro dal 46 (ed erano già una rielaborazione del periodo regio e del fascismo)

La strada è lunga e ci riguarda tutti, nei nostri comportamenti quotidiani, è la cultura della legalità, dell’onestà, della verità, ma questo, lasciatemelo dire…riguarda anche lo spirito.

Molte le chiacchiere

altrettante le canzoni

che del cambiare il mondo

noi siam buoni

senza ceder nessun

dei nostri vizi

e senza tacitar

dentro di noi Babele

Noi

che crediamo

d’esser “signori” nel creato

ma non ne siamo poi

nemmeno parte

Noi

che vogliamo

il mondo sia a misura

ma che non siamo mai

a misura di nessuno.

Noi

che prendiamo

senza mai render niente

e senza ringraziare

ch’è anche peggio

Noi

che alleviamo e macelliamo

facciamo di foreste una pianura

sprechiam senza ritegno alcuno

senza pensar domani

 

Dei nostri figli

non avrem rispetto

ai nostri padri

sputeremo in gola

di tradizioni

facciamo grande scempio

in cambio

a un modernismo ch’è follia

Noi

che chiamiamo civiltà

la guerra

e definiam progresso

nuove armi

Imboccammo questa strada

senza uscita

non ci accorgemmo mai

d’aver sbagliato

proseguimmo

a camminar senza coscienza

Noi

siamo oggi qui

senza vergogna

d’aver sprecato l’acqua

ed ammorbato l’aria

Noi

ci chiamiam civili

e glorifichiamo

nostra scienza

facciam teologia di distruzione

 

Siamo i padroni

ed abbiam divin diritto

a sterminare tutto quanto ci è inferiore

selvaggi che si nutron della vita

e mai furono fatti per far questo 

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