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di Giandiego Marigo

 Sono 23 i candidati che SEL metterà in lista alle prossime elezioni senza passare dalle consultazione della base.

Tra questi: Roberto Natale (presidente Fnsi), Laura Boldrini (portavoce commissariato Onu rifugiati), Giorgio Airaudo (Fiom), Giulio Marcon (portavoce ‘Sbilanciamoci’), Giulio Volpe (rettore università di Foggia), Pape Diaw (portavoce comunità senegalese Firenze), Ida Dominjanni (giornalista del Manifesto), Monica Frassoni (Verdi ue), Giovanni Baruzzino (uno degli operai Fiom della Fiat di Melfi licenziati dopo il referendum su Fabbrica Italia), Francesco Forgione (ex presidente antimafia), Celeste Costantino (attivista femminista e antimafia).

Continua in questo modo l’uso di nomi famosi e facilmente ”giustificabili” per “dare ragione” di una malformazione della politica rappresentativa e giustificare poi i restanti 11, ma soprattutto il listino degli intoccabili dell’amico e cugino maggiore il PD capofila dell’allegra banda.

Un discorso molto complesso per il quale, il fatto che siano persone, presumibilmente per bene, visti gli incarichi e le professioni, parrebbe giustificare una scelta sbagliata? E coprire la qualità dell’errore di fondo.

NON CREDO!

L’impostazione la scelta metodologica divengono cultura e scelta di campo. Fare cose sbagliate con le persone giuste, ammesso che lo siano, non significa che le cose che si fanno siano meno sbagliate.

La medesima logica viene adotta in Lombardia, per cui il fatto che Ambrosoli e Di Stefano siano degnissime persone dovrebbe giustificare un’accozzaglia in piena contraddizione, senza basi comuni, che va verso obbiettivi e visioni completamente diversi. Senza discutere minimamente la qualità della politica che fanno ed accettandone risvolti ed implicazioni.

Addirittura nelle intenzioni questa massa inconcludente, con valori completamente diversi alla base dovrebbe essere il “veicolo del cambiamento”…come potrebbe?

Oppure il medesimo ragionamento per il quale l’opposizione al dittatore di turno giustificherebbe un’alleanza con una presunta fascia di moderati (mai meglio identificata) o con il diavolo stesso.

La ragione per cui , a suo tempo, sbagliando, Di Pietro chiese a Grillo di non rompere il fronte dell’intransigenza anti-berlusconiana.

La misura del cambiamento non sono le chiacchiere ma i comportamenti e la strada per la “ri-evoluzione” passa dalla modificazione dei rapporti con e del potere.

La cultura altra che sottende il cambiamento nasce da premesse differenti, da rapporti di potere diversi, dal rifiuto delle logiche del potere e la sua cultura, accettare le regole del gioco, significa accettare il gioco, nella sua sostanza e farlo significa, alla fine, accettare l’idea che una cultura ed un modo diverso di rapportarsi siano impossibili. Che sia possibile, per contro, anzi che sia l’unica strada del possibile il miglioramento del “miglior mondo auspicabile” emendandolo

E si torna qindi a quell’unico pensiero ed a quell’unica cultura praticabili attorno ai quali si unisce l’accettazione di fatto e l’asservimento al sistema.

Così ci fottono ed eternamente lo faranno.

Allearsi con il diavolo significa diventare il diavolo…sempre.

Ed è ancora questa tendenza all’uso parziale alternativo (chi ha attraversato gli anni 70/80 ricorderà questo termine…modulazione d’una sconfitta culturale), all’emendamento dell’emendamento a creare i presupposti di quasi tutte le ri-evoluzioni interrotte, abortite, fallite.

Quasi sempre, subdolamente il modello di “cultura dominante” che era uscito dalla porta rientrava dalla finestra…e non come forma “reattiva”, ma come necessità giustificabile, come esperimento controllabile, come emendamento accettabile, COME FORMA DI COMPROMESSO CON IL POSSIBILE.

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