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Non ti riconosco e non capisco più

eppure ti sono stato accanto e dentro

Insieme a te negli anni

Ti guardo e non ti vedo

e nemmeno riesco a leggere

quel che tu scrivi … e dici … e fai

Sei me … di te io sono parte

questo lo so, stessa sostanza

eppure sempre più mi sembri aliena

Forse son gli anni miei, a pesare

forse stupidità e stoltezza …

o l’ignoranza, certo

ma non ti riconosco

e sempre più mi fugge il senso vero

di quello che tu fai,

di quello che dimostri e fai vedere

della tua Civiltà voltata indietro

del retrocedere

che come gambero imponi al tuo cammino

del senso ultimo di quel che attraversiamo

umanità dolente e condannata

Poverà umanità a testa voltata

fronte a guardar la schiena ed il tuo culo

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È inutile parlarvi, voi non ascolterete

le orecchie piene del mormorio di fondo di questo,

che è il vostro sistema

Non darete attenzione a quel che dice

un visionario sciocco, uno spostato

Che alla “Robba” vostra non dona alcun valore

Ad uno che sa e che ve lo dice

che nudi siamo nati e nudi moriamo

Non porteremo niente

di questa dimensione dentro all’altra

nulla che non sia il nostro racconto …

come vivemmo

cosa narrammo nel nostro cammino.

È inutile lo scrivere … che voi

che noi, non leggeremo mai,

rapiti, come siamo da immagini parlanti

che dicon tutto, ma non raccontan niente

che servono soltanto per affolar le menti

di luccichii e di falsi messaggi

Tempo perduto … questo delle parole

Tempo buttato, disperso dentro al vento

scritto sopra la sabbia al bagnasciuga

Eppure sono qui, con la mia penna

battendo sopra ai tasti

pur senza emetter suoni

son qui dicendo cose inutili 

e coltivando … assurda 

la speranza che voi stiate a sentire

Così è che Verità è piegata

insieme alla Giustizia prostituta

in un racconto che è quel che si conviene

quel che s’adatta … ai bisogni del potere.

Asservita e succube, da servi sciocchi narrata

e rinarrata al volgo … che t’assorbe,

povera verità parata a lutto.

In quei che sembran vati sei assoluta,

fonte d’ogni saggezza

eppure sei, anche lì, sfruttata e triste

in un racconto ch’è parziale

fatto di affermazioni

Premetton sempre lor ragioni al tuo narrare

e fan di te relativistica visione

Che di stoltezza tu sia compagna è strano

non è in natura per te che sei valore,

ma si sa, chi ti racconta ha vinto … prima

Chi pensa possederti ha il potere

e ti fa creta in mano per raccontar sé stesso

Povera verità puttana e triste.

E sceglie il tuo colore, tu che sei fragile

eppure anche assoluta.

Traspari a volte con testarda costanza

persino in chi tu usa.

Eroica verità senza vergogna.

Nessuno vuol sentirti veramente

troppo gli narreresti dei difetti, delle mancanze sue

o delle prepotenze e del possesso

Racconteresti un mondo ch’è senza compassione

che non sa condividere né il pane, né il bisogno

Povera verità sei preda ambita

d’ogni intellettuale e parruccone

che poi ti svende un tanto all’etto e al chilo

Ma … esiste o no

un rimedio per l’imbecillità?

Oppure , come pare,

essa divora sapienza

deride sproloquiando conoscenza

nutrendosi d’arroganza e di stoltezza?

Non c’è cura … io temo

e non c’è vaccino

per la demenza che costruisce muri

che stabilisce diritto e proprietà

non c’è rimedio od argine

per i costruttori di porte

per gli inventori di balzelli

Non c’è difesa da chi

sa misurar sé stesso e il mondo

per il colore della pelle

o degli occhi

per chi non ha orizzonte

o, peggio, per chi ce l’ha

e lo nega

chi limita a righello propria patria

chi non capisce o non sa

che l’universo è Uno!

O peggio chi lo sa

e lo nega

 

Son piccoli … quei passi, che compie civiltà

Uno va avanti e tre tornano indietro

Flusso e riflusso sì, come un respiro della Storia

ansito di coscienza mentre lo spirito, permane lì!

Sin troppo spesso immoto, fermo e non cresce

Eppure lo sappiam, cresce da dentro

quello che conquistammo nasce in noi

Piccoli passi che quasi non li vedi

però li senti, attorno …

Oppure c’è il silenzio ed è l’assenza, il vuoto

silenti anime così incoscienti e stolte

torna barbarie e stupida arroganza

Sinchè tu riconosci antiche ruggini

foruncoli vecchi e purulente piaghe

che l’uomo porta in sé e che poi espone

quasi che fossero assolute verità

E impone il suo passato e le paure

le antiche e stupide visioni che ha

di quel che è vero e giusto e sacro

che chiama tradizioni … dice radici

Ma è solo Civiltà che torna indietro

Come nella risacca il rifluire

che appiana e che cancella

quello che è stato scritto sulla sabbia

Solo nell’anima si cela quel che vale

perchè l’ho detto! Viene da dentro

quello che conquistammo

Quegli occhi che vedon ben altro

lanciati oltre il limite stolto

di angusti e sparuti confini

di linee tirate a righello da uomini antichi

rinchiusi coi topi … in case blindate

serrate d’astuzia e egoismo

Quegli occhi che vedono altro

sfondando il muro del sogno

toccando realtà … con mani tremanti.

Cambiare comincia da lì

da quel che si vede … e non credi

da quel ch’è al di là dell’osare.

Morali bigotte e regole scritte col sangue

dei molti che dire non seppero … Sì!

Nei roghi sfumati nel tempo

che bruciano ancora le carni

d’eretici e vecchi ribelli

E di donne che dissero al mondo ignorante

d’un loro potere segreto.

Son occhi che guardano indietro

che vedono avanti, nel gioco d’un tempo gaglioffo

E torna e ritorna … non è mai andato via.

E vedi che scorre, che fluido si snoda

il fiume di questo racconto … né fine né inizio

 

Mi han derubato dei sogni perduti

della mia vibrazione argentina e squillante

son orfano di quelle speranze

infrante su quello che è umano

su quel ch’è normale

su quel che la gente s’aspetta … che vuole

sui bisogni inventati … sulla roba e sui soldi

Partimmo superbi il mondo a cambiare

noi restammo gli stessi, però.

Intrisi e inzuppati di quel che c’avevan passato

dei loro valori che noi contestammo

bevendoli assieme … e cambiando negli anni

Dei molti partiti mi vedo d’intorno

altrettanti fermati e silenti

Così … rassegnati, convinti da questo sistema

qualcuno alla gogna, ma pochi

qualcuno, ancor meno, ch’è morto su un rogo.

Son pochi però che sono rimasti com’erano allora

e non parlo soltanto d’idee ma del suono dell’anima

del senso, del vero motivo

di quel che vedemmo al di là della nebbia

Tristezza? Non credo!

Delusione e mestizia, non fanno per me

ho vissuto e sto ancora qui … e rido e gioco

e bevo, se ho sete, sia vino che birra.

E vedo … si vedo, scusatemi tanto

al di là di quel che noi siamo,  purtroppo

comunque comincio da me

Quel che io credo

è cosa che si muove

scivola … e cresce

nel cambiamento intrisa

vedi essa si muta e trascolora

Sì come un’onda quando vaga e torna

mormorandoci un canto

Può cambiar nome

attraversando gli anni

e i giorni e i tempi

e modi … e mode

Però quel suo profumo

intenso ti permane

Non ha bandiere

anche se prende parte

nasce giù … dove il fango ed il sudore

eppure s’alza quasi a riempire il cielo

ed è ricchezza pur non essendo roba

Molti nomi gli han dato e li rifugge

chè libertà l’ intesse la colora

 d’ogni generazione attende il passo

Ognuno poi racconta come sa

con le parole che conosce e può

ed il potere ne teme in ogni aspetto

Oggi è lo zanni ma poi si fa sapiente

e saggio, e Bhudda … domani  sarà

eretico farneticante  o pazzo

e ancora, canta, recita

balla ed imbratta tele

Son qui che vivo

ed io del suo sentore mi ubriaco

frugare

di giandiego

Non è, si badi, una perorazione da Francescano o da Comboniano, bensì un criterio oggettivo.

La dimostrazione di questo assioma è quotidiana, nell’egoismo diffuso del materialismo consumista, nell’insensibilità incosciente di chi non ascolta o accoglie con fastidio le dimostrazioni pratiche della povertà. Nel blearismo ipocrita che gradulamente scivola in difesa di chi possiede qualche cosa.

Bene lo sanno quei personaggi “d’oro bolognese”, falsi progressisti e finto compassionevoli quali, ad esempio la sindaco di Roma ed i suoi consimili, con i suoi provvedimenti anti-povertà ed il sempre più diffuso e strisciante spirito xenofobo che li contraddistingue in modo graduale ma sempre più evidente.

La povertà vera non è nulla di tenero, nulla di commovente. Nulla che sia facile o piacevole da descrivere. È, anziché no, umiliante ed omicida … suicida anche a tratti.

Fra le sue pieghe si può certamente trovare spiritualità e saggezza (io l’ho trovata) ma si deve esservi predisposti, sin da prima ch’Essa si occupi di voi.

Quando lo fa si prende tutto, casa, possedimenti materiali, salute, orgoglio e dignità e riconquistarli ha il prezzo della tua vita stessa … e forse qui la chiave d’un eventuale saggezza.

Nulla da perdere, nulla da conquistare, nessuna credibilità, nessuna prospettiva … ed allora vedi il mondo per quel che è, cogli le maschere e vedi il perbenismo di maniera … le recite ed i teatrini, soprattutto se hai la sventura d’aver qualche cosa che ti permane nell’anima e nel cervello.

Perchè vi parlo di povertà, perchè sono povero ed io la capisco.

La povertà è denti rotti e mancanti, cure negate, malattie endemiche trascurate e lasciate correre, La povertà è l’essere indifesi di fronte all’abuso. Il dover chiedere quel che si sa verrà probabilmente negato. Il lasciar scorrere su di te la prepotenza del sitema. É alienazione, esclusione … a tratti follia e disperazione. È un lungo cunicolo senza uscita … un tunnel dove la speranza muore e si azzera, dove le prospettive divengono piatte ed inutili. Dove il futuro s’annulla e diviene paura.

Nulla di poetico quindi ed il trovare poesia deriva dalla compassione che hai già, non da quella che troverai intorno a te … perchè nessuno realmente te ne darà, se non formalmente … per il semplice fatto che non capiscono, non sanno davvero con cosa hanno a che fare.

Non lo sanno i politici, non lo sanno gli ecclesiastici o i finto santoni, né gli sbirri ed ancor meno lo sanno i giudici, sempre pronti a condannare il furto di una mela.

Non lo sanno i pietosi, pelosi , perbenisti … i caritatevoli piccolo borghesi annoiato-buonisti. Ne sanno poco e poco ne comprendono persino gli addetti ai lavori.

Solo i poveri, capiscono realmente la povertà, bisogna provarla per sapere davvero cosa sia, come essa divori morale. etica e dignità, come essa azzeri ed annulli tutte le chiacchiere inutili fatte intorno ed attorno a lei.

Certo a volte da lì escono grandi pensieri, ma nessuno li ascolta davvero, state tranquilli. Fingono i più. I compassionevoli veri sono pochi, pochissimi … quelli che capiscono persino meno.

Perchè un povero non è credibile, non potrebbe mai essere un intellettuale, quando mai? Assolutamente un saggio poi, perchè? Uno scrittore vero, non uno scribacchino, un poeta? Non diciamo stupidate.

Gli attestati accademici sono , nella stragrande maggioranza dei casi, anche indici di benessere …fortunatamente le Alda Merini i Van Gogh sono episodi, per altro artificiali, tenuti dov’erano per aumentare il loro valore post-mortem ed erano comunque grezzi, d’ispirazione repentina, non di sostanza.

La povertà è legata nella filosofia corrente all’ignoranza, alla stoltezza, all’alienazione. Ed oggi più che mai essa viene vissuta e descritta come una forma di colposa e degenerante di auto-esclusione, quasi fosse scelta cosciente.

Non parlate di povertà se non sapete … e soprattutto a voi politici, non irridete con le vostre iniziative ridicole ed la vostra patetica e distratta attenzione qualche cosa di cui non avete alcuna intenzione di scrutare la profondità … che non vi interessa, che vi spaventa, che rappresenta un peso inutile nel vostro Risiko delle Strategie. Che non produce voti, soprattutto, perchè ai poveri, diciamolo, basterà un pacco di pasta ed una carezza a tempo debito, sotto elezioni, oppure 80 euro restituibili dagli incapienti (che così diverranno anche evasori e debitori nei confronti dello stato e quindi i delinquenti che sono in potenza) … ed è meglio così, un comodo esercito di indebitati, che sarà facile chiamare evasori, celando così i veri evasori miliardari … un mondo di morosi, incapaci di difendersi realmente (gli avvocati e gli esperti di burocrazia costano) , da additare come causa di tutti i mali. Perchè per dirla con Briatore (personaggio d’assoluta credibilità , non credete?) “I poveri non danno lavoro”

ì

dea

di giandiego

Ogni tre giorni e mezzo avviene, in media, l’omicidio di una donna in ambito familiare o comunque affettivo, mentre ogni giorno, sempre ai danni di donne, si registrano: 23 atti persecutori, 28 maltrattamenti, 16 episodi di percosse, 9 di violenze sessuali.” Citazione testuale dall’ANSA.

Non è una bella media, nulla di cui la civiltà occidentale, pur con la sua tendenza ad esportare democrazia, possa vantarsi … nulla che possa davvero essere definito “maturazione spirituale, sociale e civile”.

Si badi quello di cui si sta parlando è “il denunciato”, quel che si sa, perchè emerso, ma molto altro avviene là sotto senza che sia manifesto. È ovvio e persino un poco lapalissiano che sia così.

Lo abbiamo definito “femminicidio” e ci siamo messi il cuore in pace. Lavandocene faccia, capo e mani.

Alcuni nonostante questo “invidiabile” record negativo ancora sono convinti che questa civiltà occidentale abbia ad insegnare qualche cosa al mondo … eh si! L’Ipocrisia d’una struttura cristiano-giudaica che fa dell’apparenza partecipativa e democratica il proprio scudo. Del perbenismo e dell’apparenza sociale il proprio sistema.

Perchè, perdonate il ricorrere del pensiero del vostro scribacchino qui in questione, il problema è sempre lo stesso, come per la cultura, come per l’ipnosi, come per il controllo mentale e la società elitaria … siamo sempre lì! Stiamo parlando di Sistema. Di questo Sistema!

Il nostro si è evoluto sulle spalle delle donne e degli schiavi e non si è mai liberato da questo vizio di fondo … il femminicidio è una filosofia, che ci piaccia o meno, una conseguenza di una scelta filosofico -morale che sta a monte.

È figlio del machismo, della competitività, della logica del più forte e del più adatto, dell’apparentamento fra forza e potere (tipicamente maschile e profondamnete radicato nella nostra socieltà, retta conseguenza di quelle tribù a struttura verticale e potere maschile, che scendendo dall’Ovest, armati con il ferro e inventori della guerra sterminarono le pacifiche comunità gilaniche , femminili, orizzontali delle pianure. Piantando paletti e definendo la proprietà della terra. È ancora sempre questo il tema di fondo, l’affermazione di un potere maschile che travalica il mateirle ed invade lo spirito.

Farneticazioni da scrittore, non affermato per altro, di fantasy? Può essere … se vi piace, ma INTANTO LE DONNE MUOIONO. Ed ogni volta la scusa è buona addirittura , si dice, per eccesso d’amore … ma per piacere!

Siamo sempre lì … al maschio dominatore e padrone dà fastidio, sino alla rabbia folle ed incontrollabile, che il proprio possesso amoroso, abbia persino un cervello e, peggio, un’anima e possa non volere continuare a subire il suo affetto, ammesso che il senso del possesso che chiamiamo amore possa essere definito così.

Ed allora l’invasore dell’Ovest, armato di ferro, fa fuori la sua strega gilanica … trovando insopportabile e disonesto che possa, una donna, essere migliore di lui.

Siamo ancora lì, sul rogo delle streghe sapienti, mentre il vescovo Cirillo uccide Ipazia … con gli achei che ballano sulle ceneri di Troia e di Micene.

Siamo sempre alle soglie del neolitico … ad esportare civiltà.

Tutte le indecenze, innumerevoli purtroppo, perpetrate ai danni delle donne, sono lì, nella lostra storia, connaturate con quella che chiamiamo civiltà, figlie della nostra paura di maschi frustrati che possano derubarci della nostra palla … perchè le bambine sono furbe e maliziose. Perchè mamma (e qui sta il mostro)mi ha insegnato che non mi devo mai fidare completamente di una donna … e mamma lo sa, perchè mamma le donne le conosce benissimo.

Il male che le donne fanno a sé stesse è però un altro discorso, che affronteremo forse, in un prossimo racconto.

Comunque … e finisco, persino quest’ultima deformazione culturale è figlia di questo sistema … di quest’ordine, di questo stato delle cose … se non inizieremo a praticare il cambiamento, cominciando dai nostri comportamenti e dalle nostre relazioni, come potrebbe mai cambiare qualche cosa davvero? In mancanza di questo resteremo fermi lì e continueremo eternamente ad uccidere la strega gilanica.

(la fotografia che illustra l’articolo deriva da un lavoro dello scultore Francesco Uccheddu)

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