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Di Marigo Giandiego

E’ molto che non scrivo, faccio fatica a farlo, ultimamente, ho la sensazione che serva a poco il ripetersi fra noi, con diverse parole, la modulazione del nostro comune disagio.

Proprio io, che mi picco d’essere scribacchino e poetastro, ho perso la fiducia nelle parole…bhè un poco sì.

Quante ne abbiamo sprecate in tanti anni di movimenti, diverse ed uguali, accorte, azzardate o piene di fede, forbite, elaborate, astute. Peccato che quasi tutte si siano poi fermate lì, ad essere quel che sono, modulazioni d’aria, ripetizioni di altre modulazioni che ascoltammo, che ci colpirono e si fissarono nella nostra memoria.

Prescindiamo però dai motivi del mio silenzio, di cui solo il mio smisurato ego spera vi siate accorti mentre la mia razionalità ed il mio spirito sanno bene che no e quanto sia poco importante.

Veniamo al tema che mi ha trascinato a scrivere, quasi contro la mia volontà

Vedo, sento e leggo molta indignazione per il suicidio dell’artigiano di Bologna. Indebitato con Equitalia e l’Agenzia delle Entrate.

Lo capisco benissimo e l’approvo, ma permettetemi di scegliere, come suole in me, la parte del nuotatore controcorrente.

Possibile che l’unico modo perché la gente, anche e soprattutto coloro che si auto-definiscono “sensibili e progressivi”, giri la testa e degni di considerazione ed attenzione un ultimo vero, non l’idea statistica del povero, ma il tuo prossimo …reale, vero, tangibile, sia uccidersi, suicidarsi o provare a farlo.

Certo il volontariato, le associazioni, ma quello è il povero istituzionale, normalizzato, lontano. Io parlo del prossimo vero, quello tuo, quello che non ti aspetti, quello che non ascolti ed al quale rispondi “Abbiamo tutti i nostri problemi” oppure, che ascolti distrattamente e liquidi con “Ciascuno ha le sue”

Costui solo se si da fuoco o si spara, improvvisamente, cattura l’attenzione, perdonatemi, un po’ tardiva e molto retorica di chi solitamente tuona frasi fatte contro il sistema?

Che magari lo ha fatto insieme a lui sino ad un attimo prima?

Parlo per esperienza diretta non per improvvisato moralismo.

Ho perso tutto e di più, sono sepolto da debiti che non potrò pagare mai, sono un invalido senza lavoro e senza pensione, non ho ammortizzatori, tutto per avere lavorato come un mulo per anni. Però se ve lo dico a voce, se lo scrivo, vi voltate dall’altra parte provando un vago fastidio…ed anche qui, non cerco né la vostra solidarietà, né le vostre lacrime…ne ho a sufficienza dell’elemosina del mio comune.

Vi parlo solamente per raccontavi, non per commuovervi, per invitarvi narrandovi di me, dandovi del mio da masticare a riflettere su quello che diciamo di continuo, quel “La rivoluzione parte da noi” che rischia di restare come molte altre “parole” che pronunciamo spesso una mera dichiarazione di volontà.

Mi esprimo partendo da me, perché così attuo da subito ed i contorni del vero si intuiscono. Abbiamo tutti fame di sincerità.

Ed ora permettetemi di chiudere questo racconto…proseguendo con l’esempio, nei giorni tristissimi della mia rovina quando la mia vita si distrusse i primi a scomparire furono proprio quelli che chiamavo compagni, troppo presi con la rivoluzione ed il sindacato, troppo occupati con la storia del movimento operaio, con la strenua difesa ora di questo ed ora di quello, per curarsi di me e per chiedermi come stavo. Avrei persino potuto rispondere “male”…ed allora? Cosa avrebbero fatto?

L’empatia è cosa rischiosa, roba da sognatori , da hippies.

Qualche cosa si è bloccato, nella “cultura” di quella che chiamammo sinistra, si sono persi termini come mutualità, solidarietà.

Forse si è persa essa stessa, sacrificata all’unico pensiero ed alla cultura condivisa.

Oggi ci hanno convinto che stiamo laureando i nostri figli nelle stesse università dell’élite, non è vero, ma questa convinzione fa parte dell’inganno. Ed è questa convinzione che ci sta disperdendo, così come quella che esista un pensiero assoluto comune per tutti, un unico modo, un unico punto di vista per interpretare la realtà.

Una unica scienza economica oggettiva dalla quale non si può esimersi, per esempio

Eppure l’embrione della risposta, la vera resistenza è tutta intorno a noi, intessuta di coscienza e nuovi comportamenti.

Questo “motore” spirituale e filosofico. Questo nuovo modo di essere e di pensare sta, lentamente affermandosi ed è fatto di modi d’essere, di premesse, scelte di vita, di attenzione, di ascolto, di appartenenza e condivisione, nuove comunità ed infinite domande; che comprendono anche un “come stai” detto con il cuore e con “compassione” al momento giusto.

Probabilmente finirà per contagiare, speriamolo, anche i santuari un poco conservatori di quella che chiamammo sinistra. Sino a fare comprendere anche da quelle parti, quanto poco importanti oggi stiano diventando le divisioni fra tifoserie e fazioni, rispetto alla richiesta di comprensione comune di condivisione, di verifica pratica nel vissuto e sul significato vero, profondo…dei termini Progresso e Civiltà. 

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Ho taciuto

per molto tempo

Non le mie parole

né la mia penna

hanno tracciato il segno alla giornata

Questi son tempi in cui dire non serve

ed anche scrivere

sai, non cambia nulla

Intorno han costruito la gabbia

ed il ruggire ora

serve solamente a divertirli

Hanno per ogni nostro verbo

la giusta confezione

Per ogni male

inventano un vaccino

Per ogni favola

comprano un lieto fine

che non racconti la rabbia

le solitudini, il sangue

che ci nasconda il vero

perché ci insegni

a pensare come loro

ed a parlare

ed a scrivere

le loro parole

ad esser docili

Anche l’amico di ieri

con cui sognasti

il tuo sogno

oggi è cambiato

Si nutre al loro desco

veste gli stessi vestiti

Cambiare tutto…

per non cambiare niente

Perché le parole

che servono per noi

son sempre quelle

se abbiamo smesso di inventare domande

a cosa mai potrà servire aver risposte?

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